San Michele di Leme, Chiesa di San Michele
Secolo/anno: metà dell'XI secolo
Periodo storico-culturale: romanico
Il monumentale complesso benedettino medievale sorge su un'altura sul Canale di Leme, a San Michele di Leme. La fase più antica del suo sviluppo è confermata da due edifici sacri: la chiesa della Beata Vergine Maria e la chiesa di San Michele. La chiesa più piccola, a nord, intitolata alla Beata Vergine Maria, è una costruzione ad aula unica con abside semicircolare all'interno e trilatera all'esterno. Le pareti laterali sono scandite da lesene. La costruzione della chiesa si fa risalire all'epoca paleobizantina, con successivi rimaneggiamenti nel corso del Medioevo, e segna la prima presenza della comunità benedettine in quest'area. La chiesa più grande, a sud, intitolata a San Michele, è anch'essa ad aula unica, con abside semicircolare inscritta. Risale all'epoca paleoromanica e la sua edificazione è collegata all'attività dei benedettini riformati camaldolesi. La consacrazione della chiesa è attribuita al vescovo di Parenzo Engelmaro, nominato a capo della diocesi nel 1028, mentre dalle fonti scritte l'edificazione e la consacrazione si collocano tra il 1040 e il 1041.
In origine entrambe le chiese erano decorate, ma le pitture murali della metà dell'XI secolo si sono conservate solo nel presbiterio e frammentariamente nella navata della chiesa di San Michele. Nell'abside sono raffigurate tre scene della vita di Santo Stefano. Lo sfondo è un paesaggio schematizzato, diviso in tre fasce orizzontali che rappresentano il suolo, il cielo e lo spazio celeste. Sull'arco trionfale del presbiterio è frammentariamente conservata la pittura della parte meridionale, dove sono visibili bordure riccamente decorate e parte dell'abito di una figura. Sulle parti inferiori dell'arco erano originariamente rappresentati due Santi, dei quali oggi è pervenuto solamente quello sulla parte meridionale. L'iconografia del santo raffigurato è riconducibile a San Mauro, martire e primo vescovo nonché protettore della diocesi parentina.
Il linguaggio stilistico e le caratteristiche formali delle pitture le collocano nelle correnti artistiche ottoniane e postottoniane. Confronti possono essere fatti con la pittura monumentale della stessa epoca in Europa centrale e nell'Italia settentrionale, nonché con la tradizione dell'illuminazione, in particolare negli scriptoria della Germania meridionale.
Le prime testimonianze scritte sugli affreschi risalgono a Francesco Polesini, che nel 1849 ne scrisse nell'articolo Abbazia di S. Michele di Lemo, pubblicato nel periodico L’Istria. Un'analisi sistematica e un'interpretazione scientifica delle pitture murali sono state proposte a metà del XX secolo da Branko Fučić e Ana Deanović. Gli interventi conservativo-restaurativi sono stati eseguiti dall'Istituto croato per il restauro negli anni '70 del XX secolo. L'ultimo restauro, nel 2015-2016, è stato effettuato dall'Ars Restauro d.o.o., sotto la sovrintendenza del Dipartimento per la conservazione dei beni del Ministero della Cultura della Repubblica di Croazia a Pola.
Programma iconografico:
Parete orientale: 1. – 2. Scene della vita di Santo Stefano: La Condanna, Stefano condotto al martirio (?), Lapidazione, 3. Frammenti di pitture murali, 4. Santo.
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